domenica 30 giugno 2013

Come superare la paura dell'abbandono.

Come superare la paura dell'abbandono.


Amore ti prego non abbandonarmi… questa frase quante volte l'avete pronunciata e l'avete sentita pronunciare?
La paura della separazione è comune sia nei bambini, sia negli adulti. 
Vediamo come vincerla.

Il bisogno di essere nel branco è un bisogno naturale; è qualcosa di biologico ed attiene alla sopravvivenza.

Smettiamola anche solo per un attimo di pensare di essere creature sovrannaturali; di fatto siamo solo animali un po' più intelligenti. Ma se perdiamo il contatto coi nostri bisogni, possiamo diventare i più stupidi degli esseri viventi.
L'animale ha chiaro il bisogno di non essere abbandonato e rispetta le gerarchie per poterlo evitare; si prende le sue responsabilità.
Noi no!
Abbiamo mescolato nella nostra testa bisogni prettamente filosofici con altri squisitamente pratici, biologici e di sopravvivenza.
E' chiaro che questi due aspetti devono equilibrarsi tra loro se non vogliamo cadere in conflitto.
Possiamo rintracciare le radici della nostra paura dell'abbandono da più direzioni.
Partendo da quello primordiale, se ci spostiamo sul piano cosmico, la paura dell'abbandono inizia esattamente con la nascita dell'universo.
Dalle nostre conoscenze attuali, è possibile che inizialmente l'intero universo fosse costituito da un'unica microparticella, estremamente compressa e densa.
A seguito di alcune reazioni chimiche nucleari, ci fu un'esplosione e l'espansione dello spazio, con la conseguente formazione delle stelle ed in seguito i pianeti. Tutta la materia esistente è scaturita da un unico punto, che è esploso e si è separato in un numero impronunciabile di parti.
Immaginate di essere voi a vivere in quella situazione ancestrale; le vostre particelle sono le stesse che si trovavano in quell'unica superparticella. La separazione di quella materia corrisponde alla separazione tra voi ed i vostri fratelli; la memoria dell'abbandono è una trasposizione di quell'abbandono.
E' la paura primordiale, la caduta dal Paradiso, l'Uno che diventa molteplice o come volete identificarlo.
Con l'evoluzione della materia, c'è stata una conseguente evoluzione e salto nelle forme di vita. Ad un tratto si sono formate le specie viventi ed infine le specie di branco.
In questo gruppo siamo compresi anche noi uomini come ben sapete. Ma è qui che l'abbandono si riattiva, perchè la nostra specie non è in grado di vivere da sola.
Esistono animali che nascono da uova, a volte nemmeno covate; dopo che le uova si schiudono le piccole creature sono già in grado di muoversi e procurarsi il cibo da sole.
Non solo l'uomo non è in grado di farlo, ma è anche incompleto alla nascita. Poichè il nostro sistema nervoso è molto sviluppato, non è stato possibile nascere con il cervello pienamente sviluppato. Per questo motivo per tutto il primo anno di vita si completa il processo di formazione dei neuroni, altrimenti la testa del bambino sarebbe stata troppo grande per passare dal condotto vaginale, portando a morte di parto sia per la madre che per il figlio.
Se il bambino viene abbandonato, è morto, perchè incapace di cavarsela da solo. Questo pericolo genera un terrore enorme in quanto è il primo rischio concreto con cui si trova ad avere a che fare, non è una mera ipotesi, per lui è una certezza.
Nel branco è assolutamente necessario che ci sia qualcuno che si occupi dei cuccioli; molti elementi del gruppo di norma non riproducono, visto che è un privilegio del maschio dominante. E' per questo che molti animali si dedicano all'allevamento dei cuccioli altrui, svolgendo una funzione fondamentale,
Se non lo facessero ci sarebbe un rischio enorme per la sopravvivenza della specie. E di questo abbiamo tutti avuto paura.
Questa paura è condizionante; i nostri comportamenti sono tanto influenzati da questo rischio quanto più ci siamo sentiti incapaci di cavarcela da soli.
Per renderci conto meglio di cosa intendo, illustrerò un esempio che faccio spesso ai corsi dal vivo.
Il branco dei cavalli, è caratterizzato dal fatto di mantenere anche i puledri al suo interno, protetti da una barriera di adulti in cerchio intorno a loro.
Talvolta capita che uno di questi puledri si comporti in maniera destabilizzante per il branco, causando problemi. Potremmo dire che quel cavallino è una testa calda.
Tuttavia la madre non si fa troppi problemi e lo caccia fuori dal gruppo in cui era protetto.
A quel punto il cavallo vive un senso di rigetto ed è stato colpito dal terrore di restare solo. Infatti quando si è fuori dal gruppo, si è esposti al pericolo dei predatori; il rischio è quello di essere sbranato vivo.
Per questa ragione il cavallino farà di tutto per rientrare nel branco, anche se si vedrà spesso opporre un rifiuto. Dopo diversi tentativi, la madre decide di cambiare idea e di riammetterlo con gli altri. Il cavallino entrerà di nuovo nel suo vecchio posto ma sarà totalmente sottomesso, con la testa bassa, non darà più fastidio, perchè sa che se creasse nuovi problemi verrebbe buttato fuori definitivamente.
Le persone che si sentono abbandonate vivono questo tipo di terrore.
Non è tanto l'abbandono in se stesso a spaventare, è la paura di non potercela fare da soli, è il terrore di essere mangiati vivi; è questo che caratterizza l'abbandono ed i nostri comportamenti conseguenti.
Le reazioni fisiologiche possono essere diverse: ci sarà chi ingrasserà molto, per sentirsi protetto. Perchè se sei abbandonato vuol dire che non c'è più nessuno a difenderti. Se ingrassi crei uno scudo protettivo maggiore intorno a te; inoltre ricalcherai l'atteggiamento di quegli animali che per spaventare l'avversario si gonfiano, come alcuni pesci o il gatto quando rizza il pelo.
Altri invece avranno dolori allo stomaco; si sentiranno incompresi dalla famiglia e abbandonati nei loro bisogni.
Il punto è che se vi sentite abbandonati farete un insieme di scelte che vi faranno limitare il rischio ma che richiederanno un alto prezzo da pagare.
Ci sono molte persone che vivono relazioni totalmente insoddisfacenti, da anni, solamente perchè hanno paura di soffrire l'abbandono e non riescono a troncare un legame.
Interessante questo tipo di situazione, poichè per paura di soffrire ipoteticamente, accettano di soffrire senza dubbio per un rapporto spiacevole, svalutante e senza alcuna passione, ai limiti della depressione.
Altri, per paura di venire abbandonati dalla loro cerchia di amicizie, assumeranno dei comportamenti totalmente sottomessi. Rinunciano alle proprie necessità perchè temono di non venire accettati e dunque di essere espulsi, di restare soli e sbranati vivi. Ma la realtà è che se in un gruppo non potete essere come siete davvero, significa che quel gruppo non vi apprezza e che voi non avete molto da spartire con loro.
Non ha senso restare in una situazione sfavorevole, solo per la paura di essere soli, per due motivi: 1) siete in pieno conflitto attivo costantemente, e dunque sarete malati a qualche livello; 2) più tempo state con una compagnia, con un partner, in un gruppo che non vi corrisponde, e meno possibilità avrete di sostituirli con un altro realmente adatto a voi.
Bisogna chiarire che non esiste una paura dell'abbandono se questo non è esistito davvero nella vostra storia personale e genealogica.
Se vi state chiedendo come mai questo è un tasto dolente per voi, analizzate la vostra vita sin dalla nascita. Siete stati accolti subito dalla madre?
 Siete andati a casa poco dopo o vi hanno ricoverato e messo in incubatrice per un determinato periodo?
Avete vissuto sempre con la famiglia o vi hanno affidato ai nonni per un tratto di tempo?
Quando vostra madre viveva la gravidanza, com'era la situazione in famiglia? 
Era insieme a vostro padre o c'era una crisi in corso? 
C'era comunicazione o il silenzio?
In genealogia, c'è qualche bambino rimasto orfano da piccolo nella vostra famiglia? 
C'è stato qualche bambino dato in adozione o ad un parente che non poteva avere figli suoi?

Cercate questi elementi perché sono tutte storie di abbandono, che se sono presenti nella vostra genealogia, non solo influenzano la vostra paura ma anche si ripeteranno con sfumature simili nelle vostre storie di vita personali.
Se temete di aver paura dell'abbandono, per prima cosa è importante riconoscere onestamente che si ha un problema: incolpare l’altro di essere un soggetto "abbandonico" (magari potrebbe anche esserlo) non risolverà mai questa sofferenza. Dopo che si è presa consapevolezza di avere un problema con le separazioni, ci si deve far aiutare con una psicoterapia, meglio se di tipo cognitivo comportamentale, ma anche quella junghiana e quella  relazionale possono dare ottimi risultato.
Nel frattempo, è utile mettere in pratica alcuni consigli.

1.  Smettere di sentirsi attratti sempre dalla stessa tipologia di persone “abbandoniche”. Una persona di questo tipo si può riconoscere subito da alcuni atteggiamenti. Per esempio vi dice che viene a cena a casa vostra, poi mezz’ora prima vi chiama per spiegarvi che ha un contrattempo e non può venire? Se succede due volte è già un segnale sospetto.
2.  Smettere di incolpare sempre l’altro/a per le sue mancanze, i suoi “prendo e lascio”. Se rimanete con questo tipo di persona siete complici e altrettanto responsabili.
3.  Ricordatevi che la vostra vita non dipende mai da qualcun altro, per quanto importante. Voi esistete sia se la persona amata è con voi, sia se vi lascia. Potrete provare dolore, anche grande, ma non è mai in discussione la vostra esistenza, la vostra identità, la vostra vita.
4.  Accettare di sentire il dolore quando si viene lasciati. Se negate a voi stessi quanto vi dispiace, sminuendo l’importanza della cosa, la sofferenza rimarrà dentro di voi e scoppierà al primo cedimento delle vostre difese.
5.  Accettare il fatto che essere lasciati da qualcuno che non ci ama più fa parte della natura dell’essere vivente, delle leggi della vita. Allo stesso modo, concedete il diritto anche a voi di poter lasciare, scoprendo che se non lasciate mai nessuno non è per amore, ma per la paura, in realtà, di essere abbandonati.
6.  Capovolgere la frase che esprime l’abbandono, “non posso vivere senza di te”, e modificarla in “posso vivere con te, ma posso anche vivere senza di te”.
7.  Ricordarsi che il vero amore è libertà. Che non significa “faccio quello che mi pare”, ma vuol dire che se cercate di legare qualcuno a voi a tutti i costi e non permettete che si distacchi da voi (questo vale anche per i figli), avrete costruito un legame falso. Potete farlo, ovviamente, ma non sarà mai e poi mai amore.

Quella dell’abbandono è una paura biologica: persino i cuccioli di animali feroci hanno il timore di essere lasciati dalla madre, per cui la seguono passo dopo passo.
La stessa cosa avviene al bambino perché dipende totalmente dalla mamma o da chi, eventualmente, la sostituisce.
Provate a pensare un bimbo fino a circa 6/7 anni di vita: non può procacciarsi il cibo, non sa cucinarlo. Non può comprare i vestiti, non sa indossarli.
Non può disporre di denaro con cui sopravvivere.
Non può gestire una casa.
Non sa difendersi da eventuali minacce.
È chiaro che tutta la sua vita dipende da altri, per prima dalla madre. Se lei dovesse abbandonarlo, per lui non ci sarebbero speranze di sopravvivenza. Pertanto perché stupirci se un piccolo ha paura di essere abbandonato al punto da disperarsi fino allo spasimo se avverte questa possibilità? Ma se lo stesso spasimo, la stessa disperazione colpisce un individuo adulto, al solo pensiero di essere abbandonato dal proprio partner, allora il discorso cambia. Non è più una paura biologica e naturale, ma comincia a sconfinare nella patologia, nella sofferenza, nella vita impossibile che vive chi soffre di questo disturbo e che rende impossibile vivere a chi gli sta vicino, con conseguenti disagi dal punto di vista relazionale.
Dalla paura alla separazione 
La paura dell’abbandono è una delle prime cause che generano instabilità nei rapporti sentimentali: è uno dei motivi che producono, alla lunga, una separazione. Infatti, paradossalmente, chi ha paura di essere abbandonato si comporta in modo tale da determinare nell'altro proprio la decisione di lasciarlo.
Ma perché un adulto dovrebbe avere paura di essere abbandonato con lo stesso terrore che ha il bambino piccolo?
In prima infanzia, se i genitori (prevalentemente la madre) non riescono a dare al figlio una base sicura, una certezza della loro presenza e del loro amore, se non sono in grado di aiutarlo a costruire la fiducia in se stesso, la consapevolezza delle proprie capacità, la sana autostima, quel bambino, diventato adulto, manterrà lo stesso senso di precarietà e di vulnerabilità che aveva da piccolo. Solo che nell'infanzia è normale percepirsi vulnerabili e fragili, nell'età adulta non è più reale, non è più vero.
Ma se avviene il fallimento di cui parlavo prima, allora l’adulto avrà un’idea di se stesso equivalente a quella del bambino e il pensiero che la persona amata possa lasciarlo lo getta nella stessa disperazione in cui cadeva quando era piccolo. 

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